Intervista con Luciana Cisbani

Vuoi tradurre? In primo luogo, impara bene la tua lingua…

Intervista con Luciana Cisbani, traduttrice editoriale invitata alla 42° edizione delle Giornate Letterarie di Soletta (22-24 maggio 2020) e tutor del programma di specializzazione in Traduzione letteraria del Master in Lettere dell’Università di Losanna.

 

di Diana Pakrevan

 

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Diana Pakrevan: Da quali lingue traduci, Luciana?

Luciana Cisbani: Sempre e solo dal francese. Essendo laureata in lingue ovviamente so l’inglese, ma a mio avviso saper parlare bene e anche insegnare una lingua non significa essere in grado di tradurre romanzi o saggi.

 

Che genere di testi hai tradotto e ami tradurre?

Io non ho nessun tipo di snobismo riguardo al genere. Sono curiosa di cimentarmi con qualunque tipo di testo, perché ogni scrittura mette alla prova diverse competenze e presenta sfide specifiche. Spazio dai romanzi ai saggi letterari o alle guide turistiche.

 

Da quanti anni fai questo lavoro?

Dai primi anni ‘90, quindi da una trentina di anni.

 

Qual è stato il tuo percorso?

Mi sono laureata in Lingue e letterature straniere all’Università Statale di Milano. La tesi di laurea era il momento creativo che aspettavo per cimentarmi con l’aspetto teorico e pratico della traduzione. La mia relatrice, Marina Teresa Giaveri, mi ha proposto di lavorare sulle traduzioni italiane dei romanzi argotici di San-Antonio. Inizialmente sono stata presa dallo sconforto: dopo quattro anni di università non sapevo nulla di argot, e oltretutto all’epoca l’unico dizionario esistente era introvabile in Italia. La saga dei San-Antonio è caratterizzata da un linguaggio argotico a sé stante, infarcito di neologismi, di riferimenti culturali o di pastiche dotti, ad esempio della scrittura di Céline e Rabelais. Dopo pochi mesi però mi divertivo un mondo a maneggiare quel linguaggio studiato da insigni accademici d’oltralpe e ribattezzato in Italia «sanantonese».

 

Come hai continuato?

Fra i correlatori della tesi c’era Gianni Rizzoni, uno dei tre traduttori italiani di San-Antonio, che mi ha offerto un posto di segretaria-redattrice presso la rivista «Impresa & Stato» alla Camera di Commercio di Milano. Un anno dopo ho rinunciato a questo lavoro sicuro e ambito – ma per me così noioso – per collaborare alla nuova edizione del dizionario francese-italiano della Garzanti. Più tardi sono stata redattrice di geografia della prima enciclopedia multimediale in Italia: si chiamava «Encarta», della Microsoft. Ho insegnato diversi anni traduzione saggistica all’attuale Civica Scuola Interpreti e Traduttori «Altiero Spinelli» di Milano, sono stata lettrice per Ferltrinelli, sottotitolatrice di film e così via. Da  oltre un decennio insegno italiano agli stranieri. Ogni lavoro che permette di lavorare con le parole aiuta a irrobustire la propria lingua, ad acquisire duttilità nella scrittura.

 

Qual è il tuo approccio traduttivo?

Molto concreto e poco teorico. Alcuni miei colleghi amano cominciare a tradurre un romanzo senza averlo letto prima, per trovarsi nella stessa situazione del lettore. Io invece ho assolutamente bisogno di leggere prima il testo che devo tradurre, addirittura a volte faccio una sorta di scheda di lettura, per individuare tematiche, stilemi e termini ricorrenti e poi parto. Con l’esperienza, ho imparato a tradurre inizialmente diverse pagine tratte magari dal secondo o dal terzo capitolo, in modo da prendere confidenza con la voce del testo e non rischiare così di penalizzare le prime pagine di un romanzo, sempre le più delicate. Per me, l’incontro con un libro è come l’incontro con una persona: raramente funziona da subito, ho bisogno di entrare in intimità gradualmente con la scrittura che mi trovo davanti.

 

Cosa scegli tra fedeltà al testo originale e libertà creatrice del traduttore?

In un testo letterario a me fanno paura le traduzioni particolarmente inventive. Faccio parte della scuola di pensiero che ritiene necessario un estremo rispetto della scrittura dell’autore, senza essere né asserviti né beoti. Non bisogna abbellire o rendere più leggibile un testo, ma cercarne la voce vera. Le libertà che puoi prenderti sono quelle che ti chiede il testo stesso in certi momenti, come nei giochi di parole, nei cambi di ritmo, ma a volte anche nell’impianto generale. Diverso è il caso dei libri di saggistica divulgativa, che talvolta non sono ben scritti; allora bisogna saper “ritoccare” il testo di partenza, e lì la creatività magari si manifesta nel dover scrivere ex novo i titoletti dei capitoli o reinventare nomi.

 

Chi avresti voglia di tradurre, in questo momento?

Ultimamente mi interesso molto alla scrittura femminile. Vorrei tradurre Corps di Fabienne Jacob, i primi testi di Jeanne Benameur e il Journal de la création della canadese Nancy Huston. Da quattro o cinque anni seguo con attenzione la produzione letteraria della svizzera francofona: mi piacerebbe riuscire a tradurre i testi di Laurence Boissier e continuare a tradurre i romanzi di Pascale Kramer. Ma soprattutto vorrei riuscire a portare in Italia Pardon pour l’Amérique di Philippe Rahmy. Simenon prima e dopo-resize730x602.jpg

Amo le scritture asciutte ma corpose, scomode nella forma e nel contenuto. Guardando al passato con un pizzico di nostalgia, sarei felice di ritradurre dei classici della letteratura argotica come San-Antonio, Malet, Simonin.

 

Sono le case editrici a contattarti o sei tu che proponi loro dei testi?

Per una ventina di anni sono sempre stata solo contattata, ma da tempo mi piace anche proporre dei romanzi, anche se convincere un editore ormai è difficile. Le case editrici italiane spesso mancano di coraggio, e certo si dimostrano più aperte quando possono contare sulle sovvenzioni, come quelle elargite da ProHelvetia. Grazie a loro ho portato in Italia Philippe Rahmy con Allegra, e Pascale Kramer con Brutale è il risveglio.

 

Come ti tieni aggiornata sulle nuove pubblicazioni in francese?

Leggo ogni tanto siti ad hoc, riviste o cataloghi come quello della Gallimard. Va anche detto che durante i laboratori ViceVersa la ProHelvetia mette a disposizione la produzione letteraria elvetica più recente nelle tre lingue nazionali, e questo è molto utile anche come passa parola tra colleghi.

 

Puoi parlarci della tua esperienza di insegnante di traduzione letteraria?

Ho un approccio pratico anche quando insegno la teoria. Tradurre è un lavoro fisico, concreto. Valerio Magrelli paragona il traduttore a un imballatore. Lavoro in classe come negli workshop: invio agli studenti il testo su cui lavoreremo poi in classe, dove ognuno di loro metterà in comune il frutto del proprio lavoro. Dal confronto collettivo escono problematiche concrete stimolanti. Il mio testo tradotto rimane l’ultimo step.

 

Hai suggerimenti per migliorare la specializzazione in Traduzione letteraria dell’Università di Losanna?

Fermo restando che il programma è interessantissimo e utile, trovo che per migliorare l’efficacia del lavoro dello studente il tutor dovrebbe entrare in contatto con lui prima, in modo che laBoissier in progress-resize730x513.jpg scelta del testo da tradurre sia calibrata sulle sue potenzialità reali e sull’effettiva conoscenza di entrambe le lingue. Forse, per facilitare il tutto, basterebbe prevedere un piccolo pacchetto di ore di lezioni teorico-pratiche che permetterebbe poi di affrontare meglio la traduzione individuale. Si potrebbero anche fare on line con diversi studenti contemporaneamente.

 

Quali sono le difficoltà di questo mestiere?

Le difficoltà principali, in Italia, derivano dall’insufficiente riconoscimento del ruolo fondamentale del traduttore da parte degli editori: parlo di tempi di consegna ragionevoli, revisori di qualità, retribuzioni adeguate, contratti in linea con gli standard europei, ma anche di visibilità, a partire dal nome del traduttore sul sito della casa editrice.

 

Le retribuzioni in Italia sono inferiori a quelle europee?

I compensi svizzeri, francesi, tedeschi e inglesi sono quasi il doppio. Inoltre, in Italia una cartella è di 2000 battute, mentre in Svizzera sono 1500 e altrove 1800.

 

Hai mai rifiutato una proposta di traduzione?

Sì, quando la proposta economica era indecente o se i tempi di consegna erano troppo stretti. Se la data di consegna è troppo ravvicinata, mi è capitato più volte di proporre di fare la traduzione a quattro mani; a quel punto però esigo che l’altro traduttore abbia un contratto, che venga pagato come me e ovviamente che il suo nome appaia. Troppi traduttori lavorano nell’ombra, e lo trovo inaccettabile: il nome di chi lavora su un testo deve apparire, perché è anche in base alle pubblicazioni che gli editori ti conoscono e dunque ti contattano. Vale per i professionisti, ma anche per gli studenti.

 

Tu sei molto impegnata nel sindacato dei traduttori editoriali «Strade».

Sono tra i soci fondatori, ma do solo una mano quando riesco. Il sindacato anche in questo periodo di pandemia sta lavorando moltissimo, ad esempio per fare in modo che i traduttori – che lavorano in regime di diritti d’autore – possano usufruire degli aiuti economici elargiti dallo Stato a tutte le categorie di lavoratori. Il sindacato Strade ha poi recentemente avviato una sorta di programma di “mentorato” per fare in modo che i giovani traduttori vengano affiancati da noi più anziani così da introdurli a una necessaria deontologia professionale e alla conoscenza dei propri diritti. Se accettano di tradurre un libro per 9 euro a cartella è l’intera categoria a essere penalizzata.

 

Quali sono per te le qualità essenziali di un traduttore?

Duttilità, pazienza (dal saper attendere risposte da una casa editrice all’atto stesso del tradurre, che per usare una metafora banale è come cucire molto lentamente), e poi curiosità e umiltà, vale a dire documentarsi sempre e rispettare la voce del testo. Sicuramente studiare, perfezionare, indagare di continuo sia la propria lingua che la lingua da cui si traduce.

 

Quali consigli ti senti di dare a un neodiplomato per entrare nel mondo editoriale?

Gli direi di cimentarsi nel frattempo con altri lavori, se possibile inerenti alla lingua. Poi di individuare una casa editrice che, ad esempio, ha pubblicato lo scrittore della sua tesi di laurea o che sembra prediligere un genere o un tipo di scrittura in cui è specializzato. Infine, fare scouting e cercare autori da proporre, con la consapevolezza che gli editori non sempre rispondono. Magari, perché no, appoggiarsi al sindacato Strade!

 

5 maggio 2020, via Skype

 

Scaricare l'intervista completa:

Luciana Cisbani, nata nel 1961. È traduttrice dal francese all’italiano da circa 30 anni. Laureata in letteratura francese con una tesi sulla traduzione dell’argot, ha lavorato come redattrice, lessicografa e sottotitolatrice di audiovisivi.

Diana Pakrevan è nata nel 1970. Dopo una laurea in Lingue e letterature straniere all’Università Cattolica di Milano, ha conseguito un dottorato di ricerca in Lettere alla Sorbonne con una tesi sulla rappresentazione del fatto di cronaca nel teatro francese contemporaneo. Da 10 anni risiede nella Svizzera francese, dove insegna italiano alle scuole medie. Attualmente è iscritta alla specializzazione in Traduzione letteraria del Master in Lettere dell’Université de Lausanne.

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